Marco Francia

Pensieri, parole, emozioni

Sono passati 43 anni dalla strage alla stazione centrale di Bologna. 43 anni senza verità, che i familiari delle vittime aspettano e hanno faticosamente iniziato a intravedere negli ultimi anni. Bugie, insabbiamenti, depistaggi… Il lavoro di chi voleva tenere nascosta la verità è stato incessante e, per certi versi, agevole: la secretazione dei documenti sulla strage ha favorito i silenziatori del vero; e permette, ancora oggi, che i De Angelis di turno possano mettere in dubbio la “verità” fino a oggi accertata.

Cosa sarebbe cambiato se l’Italia, quarant’anni fa, avesse avuto a disposizione una realtà come Wikileaks? È un discorso puramente ipotetico: negli anni ’80 non esistevano le conoscenze tecnologiche per permettere all’Assange di turno di allestire la struttura informatica da lui fondata nei primi anni 2000; ma è fondamentale per capire quale può essere la portata di uno strumento come Wikileaks in termini di informazione e consapevolezza dell’opinione pubblica su argomenti come questo.

Una Wikileaks degli anni ’80 avrebbe permesso, a chi ne fosse stato in possesso, di recapitare all’associazione stessa i documenti ufficiali contenenti tutte le informazioni emerse negli anni sulla strage. Wikileaks ’80 avrebbe a) garantito l’anonimato della/e fonte/i, b) sottoposto i documenti ricevuti al vaglio dei migliori giornalisti, per verificarne la veridicità e omettere le parti che avrebbero potuto mettere in pericolo l’incolumità di chiunque fosse citato nei documenti, ma non fosse necessario divulgare, c) pubblicato i documenti con i necessari omissis, rendendoli disponibili a chiunque volesse leggerli.

In estrema sintesi, Wikileaks ’80 avrebbe permesso all’opinione pubblica di conoscere, attraverso la diffusione di documenti ufficiali, la verità su quanto accaduto, anche contro la volontà di quei poteri deviati che utilizzano il segreto di Stato non per interesse pubblico, ma nell’interesse dei poteri più nascosti e deviati dello Stato, e ai familiari delle vittime di ottenere quella verità ancora oggi non pienamente disponibile, con tutto ciò che ne consegue.

Spero che questo semplice esempio possa aiutare chiunque a comprendere quanto importante sia Wikileaks (e, più in generale, una stampa libera nel vero senso della parole), quanto fastidio possa arrecare a chi usufruisce impropriamente del potere e quanto fondamentale sia, nelle cosiddette democrazie occidentali, la difesa della libertà di Assange e di realtà come Wikileaks.

A inizio 2020, discutendo con una collega circa l’origine di Sars-Cov-2 (che, allora, si chiamava ancora “novel coronavirus”, o qualcosa del genere), le scrissi che era inutile perdere tempo nel farlo, perché tanto, se anche si fosse trattato di una fuga da laboratorio, non lo avremmo mai saputo: la rivelazione di un simile segreto avrebbe scatenato il caos.

Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo!

Oggi, come nulla fosse, le stesse testate giornalistiche che per tre anni hanno tacciato di complottismo chi sostenesse questa ipotesi (o anche solo la necessità di prenderla in considerazione e investigarla), ci vengono a dire – molto timidamente, a dire il vero – che quella della fuga dal laboratorio di Wuhan è l’ipotesi “più probabile” per l’origine della pandemia Covid. Lo scoop è del Wall Street Journal, che riporta (con tempistica sospetta, viste le rinnovate tensioni tra USA e Cina, ma questa è un’altra storia) le risultanze sul caso del Dipartimento dell’Energia a stelle e strisce. Pipistrello e pangolino assolti, per la gioia di tutte le associazioni animaliste.

Reazioni? Nessuna. Il più totale disinteresse. Milioni di persone sono morte, le nostre vite stravolte, sacrifici di una vita cancellati come nulla fosse, ma a nessuno sembra importare nulla. Una scrollata di spalle e via, si riparte.

Del resto, è andata esattamente allo stesso modo con le rivelazioni di Assange e Wikileaks, di Snowden e di altri coraggiosi autolesionisti, che hanno sacrificato la propria libertà, la propria vita, per rivelare segreti torbidi, senza che questo smuovesse le coscienze di nessuno o quasi. Possono fare di noi ciò che vogliono, come vogliono, quando vogliono. Possono tutto, anche e soprattutto grazie al lavoro nell’ombra di centinaia di milioni di kapò – nostri genitori, fratelli e sorelli, figli, amici – che non solo accettano in silenzio qualsiasi imposizione dall’alto, ma sono pure pronti a fottere chiunque, nell’illusione di trarne un vantaggio e, magari, di compiacere quel potere che tanto temono.

In tre parole, la prigione perfetta. La libertà è un concetto tanto astratto, quanto sopravvalutato.

Il Superbonus è costato 2000 euro a cittadino“, ci ha fatto sapere un paio di giorni fa il PresdelCons Giorgia Meloni. Considerato che siamo nel pieno di una crisi energetico-ambientale, e che uno degli obiettivi dell’incetivo era proprio quello di rendere più efficienti energeticamente abitazioni e strutture in genere, non mi sembra una spesa folle. Non più folle, perlomeno, dei costi – diretti e indiretti – che i cittadini stanno sostenendo per la guerra in Ucraina (che, è sempre bene ricordarlo, non coinvolge nessun Paese nostro alleato) e di quelli che ci prepariamo a sostenere, in barba all’opinione della maggioranza degli italiani e soprattutto al loro interesse, non solo economico.

Ora, è evidente a chiunque abbia avuto a che fare con il superbonus si sia accorto che in tanti abbiano provato – spesso riuscendoci – a marciarci sopra e che la misura presentasse limiti più o meno gravi, che certamente meritavano di essere corretti. È altrettanto evidente, però, che anche grazie al superbonus tante persone abbiano lavorato, tante aziende non abbiano chiuso, tanti soldi in più, altrimenti fermi, abbiano girato. Il beneficio per tanti c’è stato, indubbiamente, al netto dei soliti furbi, a cui è stata data una ghiotta possibilità di arricchirsi sulle spalle della collettività.

Non ho nessuna particolare simpatia per Conte e non mi interessa proprio difenderlo; le mie sono considerazioni, anche molto banali, su quello che vedo e che ho potuto toccare con mano. Ricordo benissimo di aver partecipato, nell’inverno precedente allo scoppio della pandemia, a una conferenza stampa indetta da Ance Emilia-Romagna, l’associazione regionale dei costruttori edili. Il presidente Stefano Betti, parlando a margine di inquinamento e blocco del traffico, notò come fosse tutto inutile, se la politica non si fosse anche adoperata per incentivare l’efficientamento energetico degli stabili, illustrando un piano di intervento che si fondava su un robusto incentivo, proprio del 110%, per la ristrutturazione degli immobili.

L’obiettivo duplice sarebbe stato quello di ridurre le emissioni, riducendo le dispersioni di calore da case, uffici e simili, e di rilanciare un settore che, dopo la crisi del 2008, faticava drammaticamente a ripartire. Tutto questo per dire una cosa molto semplice: il Superbonus 110% non è stato un intervento deciso così, debbotto, ma un piano di cui si parlava già da tempo nel nostro Paese, con fondamenti concreti più o meno solidi e molto aderente alla realtà. Che molti immobili disperdano una quantità esorbitante di calore non è, del resto, una gran scoperta. Su una cosa, comunque, siamo tutti d’accordo: è molto più semplice spingere le persone a vivere con il riscaldamento spento e 15°C di temperatura domestica, che prevedere un piano di spesa pubblica per l’ammodernamento delle nostre città.

La coerenza, la schiettezza e la sincerità sono diventare merce talmente rara, nel mondo d’oggi, che quando una persona riesce nell’impresa di non essere travolto dalla melma di ipocrisia e falsità, che ha ormai inghiottito ogni angolo del nostro mondo, viene definita “divisiva”. Anche a Sinisa Mihajlovic è stata, più volte, appiccicata in fronte questa etichetta. Già durante la sua carriera da calciatore, ma ancor di più una volta appese le scarpette al chiodo e intrapresa – proprio nella Bologna in cui quel percorso si è bruscamente interrotto – quella di allenatore.

A costo di apparire rude, maleducato o antipatico, Mihajlovic ha sempre detto ciò che ha pensato. Magari con qualche parolaccia, necessario orpello per completare l’immagine di cattivo che si era costruito negli anni e che lui stesso mostrava con orgoglio, con quella strafottenza che solo un duro e puro come lui poteva sfoggiare, senza alcuna vergogna, anzi.

Chissà, probabilmente anche quella che si era costruito negli anni era una maschera, necessaria a tenere alla larga approfitt-attori e falsi da una parte e a non vedersi riconosciuto nulla di più di ciò che l’uomo Mihajlovic era stato in grado di conquistarsi, diventando ciò che era diventato. Non conoscevo la persona Sinisa, ma che fosse dannatamente orgoglioso lo si capiva anche solo osservandolo alla tv, dentro a un campo da calcio o davanti a un microfono.

Quel ragazzo nato a Vukovar il 20 febbraio di 53 anni fa aveva dovuto lottare dal primo giorno, aveva dovuto sporcarsi le mani e sputare sangue, per diventare ciò che era. Mai avrebbe potuto accettare un trattamento di favore, un regalo, qualcosa che non gli fosse dovuto. Mai, neppure nella malattia, anche quella più atroce e malefica che lo ha portato via per sempre. Quella malattia, che lo ha colpito all’improvviso così duramente, ci ha permesso di intravedere qualcosa di quell’uomo, di cui solo la sua famiglia e gli affetti più intimi hanno potuto godere appieno. Non era l’abito quello l’abito con cui voleva apparire in pubblico, come fece chiaramente capire nel corso di quella finistra di vita che riuscì a ritagliarsi tra la prima diagnosi e la ricaduta della scorsa primavera.

Un tipo – e che tipo! – orgoglioso come Mihajlovic non avrebbe mai potuto accettare di diventare qualcosa di diverso dall’allenatore del Bologna, come gli venne proposto dalla società nel momento in cui maturò la scelta di sollevarlo dall’incarico, né avrebbe potuto dimettersi. Non certo per una questione di soldi, ma perché farlo avrebbe significato, per Sinisa Mihajlovic, tradire se stesso.

Lungi da me dipingere un ritratto agiografico dell’uomo che oggi ha abbandonato la vita terrena. A dire il vero, non ho condiviso, né tantomeno apprezzato, tantissime cose dette e fatte da lui, come del resto il suo modo francamente maleducato e strafottente di rapportarsi con gli altri. Ancora meno potevo simpatizzare per alcune sue amicizie “scomode”, una in particolare; amicizie che non ha mai rinnegato, proprio per non essere uno dei tanti ipocriti che sicuramente biasimava.

Sinisa Mihajlovic mi è stato sul cazzo, e di brutto, più di una volta, come immagino a tanti altri, ma solo in tempi recenti, anche per le vicende che hanno attraversato la mia, di vita, ho potuto provare viva ammirazione per l’invidiabile genuinità e la ruvida franchezza che lo connotavano. In un mondo di sciatti ipocriti, caro Sinisa, mancherai tanto.

Ho portato mio padre al pronto soccorso del Sant’Orsola ieri sera, martedì 18 ottobre, alle 19, con richiesta scritta del suo medico curante, che lo aveva visitato poco prima. Sono le 14 e mio padre, codice arancione, è ancora ospitato nel pronto soccorso, in attesa di un posto letto, che sembrerebbe essere stato trovato negli ultimi minuti (come logico, conoscendo i tempi delle dimissioni dai vari reparti).

In compagnia di tantissimi altri pazienti, mio padre ha passato la notte sulla sedia a rotelle (reclinabile), con cui è entrato in PS. In una stanza di non più di 25 mq, oggi alle 12 erano ospitati una ventina scarsa di pazienti, alcuni allettati, altri seduti, alcuni – tra questi mio padre – a meno di mezzo metro di distanza dagli altri pazienti. Sono stato in contatto telefonico con mio padre dalla tarda serata di ieri fino alla mattinata odierna e, arrivato al pronto soccorso poco prima delle 12 odierne, mi è stato detto che avrei potuto stare con lui non più di 5 minuti.

L’attesa si è resa necessaria perché, come più volte rammentato dal personale del PS (tutti molto gentili e disponibili, nonostante l’elevata pressione), non erano reperibili posti letto in tutto il Policlinico. Non ho avuto modo di verificare se questa informazione corrisponda al vero, ma non ho grandi motivi per dubitarne, visto che l’hanno riportata più persone, anche direttamente a me o a mio padre. Paziente nel vero senso del termine e molto collaborativo, ha ricevuto un tè e due fette biscottate per colazione e purè e stracchino a pranzo. È stato trattato bene, nel limite delle possibilità.

Gli accessi al pronto soccorso del Sant’Orsola – è in corso un ampliamento, che verrà completato nei prossimi mesi – sono stati numerosissimi, negli ultimi giorni. A prescindere dal caso particolare di mio padre, è bene che tutti sappiano che, in una delle città e delle regioni in cui l’offerta sanitaria è tra le migliori – se non la migliore – del nostro Paese, al 19 di uno degli ottobre più caldi degli ultimi anni, una ventina di pazienti che necessitano il ricovero (mio padre non era nemmeno uno di quelli messi peggio, anzi) devono attendere ore e ore, in condizioni che mettono ulteriormente in pericolo la loro salute.

L’attuale situazione al Sant’Orsola è questa, da giorni. Mi è stato riferito, da chi “bazzica” giornalmente questo pronto soccorso da giorni, che la situazione è questa già da diversi giorni. I codici bianchi non c’entrano nulla, stiamo parlando di pazienti in attesa di ricovero. Credo sia giusto che i cittadini abbiano contezza di questa situazione, visto che non sono informazioni facilmente reperibili e anche in considerazione di quanto avvenuto negli ultimi due anni.

Ieri sera mi è capitato di ascoltare qualche minuto di “Italia sotto inchiesta” su Radio1. La conduttrice – Emanuela Falcetti, per chi non la conoscesse – stava “intervistando” uno – credo – psichiatra, parlando di sofferenza psicologica, stress e simili.

Lo scopo, dichiarato, dell’intervista era quello di estorcere al professionista il suggerimento che sì, un “farmaco leggero, senza effetti collaterali importanti”, per combattere lo stress e “mettersi calmi”, rappresenta un’opzione più che valida, se non la migliore, praticamente per chiunque.

Per quanto l’ospite si sforzasse di ribadire l’importanza dello stile di vita, del colloquio tra paziente e medico specializzato, della psicoterapia e di tutto ciò che ci qualifica come esseri umani, è non come macchine, Falcetti non ne voleva sapere: la soluzione deve essere la pillola magica, che aiuta a rilassarci e a vivere serenamente le nostre vite portate ben oltre il limite.

“Non mi ha mica convinta, sa?!”, il saluto della giornalista al suo ospite. “Mi fido di lei e sicuramente ci risentiremo, però…”. Falcetti era proprio convinta di aver ragione, chissà perché. Come, invece, provava a spiegare il povero ospite, il primo intervento per prendersi cura della propria salute mentale è semplicemente quello di vivere la propria esistenza con molta più calma, ascoltando il proprio corpo e dedicando quanto più tempo possibile al contatto con la natura e con gli altri, senza correre-correre-correre, oltre ogni umana possibilità. In quanti riescono ancora a farlo?

La “soluzione magica”, purtroppo, è tanto affascinante, quanto inutile: se il motore opera continuamente fuori giri, il suo destino, ineluttabile, è quello di rompersi. La società del “tutto e subito”, della massima efficienza, della stabile precarietà, non ammette pause e pretende di risolvere ogni problema, soprattutto quelli dei suoi elementi più delicati e sensibili (bambini e anziani, per esempio) con l’ultimo prodotto della sempre-sia-lodata industria farmaceutica.

E dire che, nella stragrande maggioranza dei casi, potrebbero essere sufficienti una chiacchierata, una passeggiata in riva al mare, un pomeriggio senza smartphone e con la famiglia, o con gli amici; un abbraccio, un bel l’abbraccio, di quelli stretti stretti, che ti scaldano il cuore; a volte, basterebbe anche solo un po’ di attenzione, anche da parte di un estraneo, ma la nostra società, ormai, non lo consente: meglio prendere una pillolina e continuare a correre a vuoto, che fermarsi a vivere.

Il Bologna ha deciso di interrompere il proprio rapporto lavorativo con Mihajlovic. Si cercherà la formula migliore per entrambe le parti, perché nessuno in società vuole male all’allenatore, ma la decisione è presa.

La ricerca del sostituto si è intensificata negli ultimi giorni e ancor più nelle ultime ore, dopo il pareggio di La Spezia. Il nome in cima alla lista è De Zerbi ma, come accennavo l’altro giorno, non è così semplice trovare un sostituto che venga ritenuto all’altezza e che sia disposto a venire a Bologna in questo momento. In queste ore, comunque, Fenucci e De Zerbi si sono sentiti più volte e, a quanto mi risulta, anche visti a pranzo. Nelle prossime ore ne sapremo di più. L’impressione è che si possa arrivare a breve a un accordo, non così lontano già all’inizio di quest’estate, prima che la dirigenza rossoblù decidesse di proseguire con Mihajlovic, nonostante non fossero stati raggiunti gli obiettivi prefissati.

La società si è comportata benissimo con Mihajlovic, sempre; molto più di una parte della città che ha dimenticato che, senza di lui, saremmo finiti dritti in B. Quest’estate ha sbagliato a costruire in ritardo la squadra, vista la durissima prova a cui è stato nuovamente chiamato l’allenatore, ma con lui è stata impeccabile, umanamente e professionalmente, al netto delle più che fisiologiche differenze di vedute sulla gestione tecnica della squadra. Questa deve essere, a mio avviso, la base per valutare in maniera corretta qualsiasi decisione verrà presa nelle prossime ore. Si può anche interrompere un rapporto lavorativo, senza compromettere quello umano. Mi auguro possa andare davvero così e che la piazza aiuti in questo processo, qualora dovesse – come sembra – compiersi.

Per il resto, la squadra non potrà che beneficiare dall’arrivo di un nuovo allenatore, a patto che questo abbia la capacità di toccare le corse giuste. Non servono chissà che rivoluzioni tattiche e tecniche: sarà sufficiente riaccendere un po’ di sano spirito competitivo nel gruppo e risollevare il morale di quei giocatori, come Barrow e Orsolini, che negli ultimi mesi si sono smarriti – anche per vicissitudini personali non banali – ma dall’indubbio valore tecnico. A prescindere dalle convinzioni tattiche e dal modo di intendere il calcio, De Zerbi è il profilo giusto per questo Bologna. Non l’unico, ma probabilmente il migliore.

Marko Arnautovic ha chiesto di essere ceduto. Tra ieri e oggi, la notizia è rimbalzata su diverse testate, scatenando la reazione dei tifosi rossoblù. Nonostante ne abbia parlato addirittura Open, non si tratta di una fake news; al netto di alcuni dettagli (che tra poco chiarirò), quanto apparso su giornali e siti web è vero: i Red Devils vogliono Arnautovic, ricambiati dal centravanti austriaco, mentre il Bologna non vuole privarsi del suo giocatore più forte.

La proposta di circa 9 milioni per l’acquisto di Arnautovic non è stata avanzata dallo United ieri, ma alcuni giorni fa, gli stessi in cui il numero 9 rossoblù ha comunicato alla società di voler tornare in terra d’Albione. Svariate le motivazioni alla base di questa decisione: la voglia di Inghilterra della famiglia Arnautovic; l’offerta di un club prestigioso come il ManUtd, allettante non solo dal punto di vista economico, ma anche sportivo; l’assenza di legami forti tra Arnautovic e società rossoblù: Sabatini e Mihajlovic, le due persone che l’anno scorso lo avevano convinto – anche grazie ai soldi di Saputo – a vestirsi di rossoblù, non sono più a Casteldebole da mesi o sono costretti dalla vita a starvi molto più lontani di quanto vorrebbero. A queste ragioni, di per sé più che sufficienti a giustificare la presa di posizione di Arnautovic, possiamo anche aggiungere l’aria non proprio serena che si respira nello spogliatoio rossoblù, di certo non in subbuglio, ma sicuramente condizionato dalla prolungata assenza dell’allenatore e incapace di trovare al suo interno figure carismatiche che possano trascinare il resto del gruppo. Nelle intenzioni della società, Arnautovic doveva – giustamente – essere una di queste ma, con questi presupposti, è difficile pensare di poterci fare compiutamente affidamento.

Prima di ogni altra valutazione della situazione, torno un secondo sui fatti e sulla genesi della notizia riportata oggi dalle varie testate, sportive e non. A imbeccarle è stata proprio la società rossoblù: da Casteldebole, il verbo è stato diffuso ai media dai dirigenti, ben consapevoli di cosa significherebbe per la piazza la cessione del giocatore più forte, dichiarato a più riprese incedibile; e il Bologna, in effetti, non ha nessuna intenzione di vendere il proprio centravanti, ancor di più a una settimana dall’inizio del campionato. Informati dai fratelli Arnautovic della situazione, Fenucci, Sartori e Di Vaio hanno immediatamente proposto un adeguamento del contratto che lega il 33enne centravanti viennese al Bologna fino a giugno 2024, con annesso prolungamento di un anno dello stesso; offerta che, però, per le ragioni di cui sopra, non è stata accettata.

La volontà di Arnautovic è chiarissima e i primi a esserne consci sono i dirigenti rossoblù, che non possono però accontentare le sue richieste, senza prima 1) provare a convincerlo a rimanere, 2) ottenere quanto più possibile dalla cessione del suo cartellino e 3) trovare un sostituto valido e subito disponibile. Con il passare dei giorni, le strade del Bologna e di Arnautovic potrebbero definitivamente allontanarsi con reciproca soddisfazione, a patto che Sartori & Co. diano una sterzata decisa al mercato in entrata. Non è vero, infatti, che 9 milioni di euro non sarebbero sufficienti per reperire un’alternativa: la stessa operazione Arnautovic, acquistato un anno fa per una cifra decisamente più bassa, ne è una dimostrazione, ma è sufficiente scorrere la classifica marcatori dello scorso campionato per comprendere che gli attaccanti da doppia cifra “a buon mercato” non mancano.

Tanto più per una società che ha già incassato una cinquantina di milioni di euro dalle cessioni e potrebbe riceverne un’altra decina dalla vendita di Orsolini. Una società che, è bene ricordarlo, ha sempre dichiarato di puntare sui giovani e che adesso, invece, potrebbe ritrovarsi nella condizione di trattenere a tutti i costi un 33enne senza grosse motivazioni, dopo aver lasciato partire – a fronte di offerte più che buone – il suo miglior difensore di 22 anni, un esterno di centrocampo ambidestro, classe 2002, autore di 5 reti nella passata stagione, e un centrocampista 23enne in cui la società ha sempre creduto. Mi rifiuto di pensare che a Casteldebole siano così a corto di idee, da non riuscire a trovare un’alternativa spendibile e più futuribile di Marko Arnautovic; più di qualsiasi cessione, sarebbe questo un segnale molto preoccupante per il futuro sportivo del club. Il Bologna può fare a meno di Arnautovic: si inizi a lavorare seriamente in questo senso.

Mercoledì pomeriggio di inizio giugno a Bologna. Un esercente di una pasticceria di via Andrea Costa (il Bar Venezia) pubblica un paio di selfie con Bono Vox, celebre front man degli U2. Le principali testate della città (Repubblica, Carlino, Corriere) e pure altri siti nazionali (come quello di Sky) rilanciano la foto, che viene ripresa – con toni trionfalistici – dal presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e dal Sindaco di Bologna, Matteo Lepore.

“Uno si distrae un attimo” e non si accorge che si trattava semplicemente di un sosia: Pavel Sfera, per la precisione. E dire che, guardando la foto, sembrava proprio Bono… Un po’ più sciatto, con qualche ruga in meno, un attaccatura dei capelli diversa, abbigliamento non proprio da star, ospite di un bar nella rinomata via Andrea Costa…

“Che fai, il complottista?”. No, è solo che a me non sembra Bono Vox quello in foto. “Vuoi che le principali testate della città, nonché il presidente della Regione e il sindaco di Bologna, prendano un abbaglio del genere? Che non abbiano verificato? Che si siano distratti un attimo?

Eh. Robe da matti (cit.).

Oggi inizia, a Budapest, il Giro d’Italia. So che in molti non vedevamo l’ora… Non che iniziasse “la corsa più dura del mondo, nel Paese più bello del mondo” (l’Italia, non l’Ungheria), ma che io sfornassi la più classica delle previù. Eccola qua.

Il principale favorito, Richard Carapaz (vincitore nel 2019 e terzo l’anno scorso al Tour), corre nella squadra più forte, la Ineos Grenadiers. In genere, questi sono i presupposti perfetti per una corsa molto controllata e, quindi, tendenzialmente noiosa.

A meno che: a) Carapaz non sia il miglior Carapaz; b) la Ineos si riveli più debole di quanto sembri; c) non salti fuori un avversario (o anche due) molto forte e molto in forma. Di fenomeni non ce ne sono (lo stesso Carapaz non lo è), ma di ottimi corridori sicuramente sì: Almeida, Simon Yates, Landa, Dumoulin (ci credo poco) la coppia di amiconi Bora Kelderman-Hindley, quella molto più affiatata (B)DSM Bardet-Arensman.

Proprio dal longilineo Thymen mi aspetto il ruolo di sorpresa della corda: è giovane, forte, può scaricare un po’ di pressioni su Bardet e quest’anno, fino a oggi, ha fatto molto bene. Mi sbilancio: il podio è alla portata; sono già preparato a mandar giù l’ennesimo tulipano marcio [divagazione: è incredibile pensare a quanti olandesi promettentissimi si siano poi rivelati – perdonate il giro di parole – delle mezze seghe; come è inspiegabile che gli olandesi, in un modo o in un altro, corridori da GT ne sfornino a palate, mentre nel vicino Belgio ne aspettino uno semiserio da tipo 40 anni.]

Un altro giovanissimo da tenere d’occhio è Mattias Skjelmose Jensen, ma è al primo GT e, conoscendo come lavorano in Trek-Segafredo, credo lo lascino libero di fare esperienza.

Gli italiani? Ciccone e Fortunato possono ambire a una posizione nei 10, che sarebbe un gran risultato per entrambi. Mi aspetto grandi cose dal nostro Lorenzo: percorso perfetto (poca crono, niente sterrato) e testa sulle spalle; magari non vincerà sulla Marmolada, ma sarà uno dei più solidi. Non mi aspetto invece molto da Nibali. Aleotti rischia di avere pochissimo spazio in una squadra con Kelderman, Hindley e la brutta copia di Buchmann. Spero possa finalmente sboccia il talento di Albanese, ma di occasioni adatte a lui non ce ne saranno tantissime. Per il resto, poca roba, a meno che un Ulissi non si inventi un numero oggi.

Per la prima maglia rosa, però, il favorito che più favorito non si può è Mathieu Van der Poel: sembra un arrivo disegnato apposta per lui. Potrebbe già perderla domani, al termine della prima crono: Dumoulin e Almeida sono pronti a rilevarlo.

A proposito di crono: un percorso con appena 26,6 km contro il tempo è troppo, troppo schiacciato verso gli scalatori. Fossi un organizzatore, piazzerei una crono piatta (o poco mossa) di 30-40 km a fine prima settimana e una cronoscalata seria, da 10-15 km (tipo quella del Grappa qualche anno fa), alla fine. Così si rischia di bloccare ancora di più una corsa che già di suo, temo, lascia poco spazio alla fantasia.

Buon Giro!